Di Francesco non si dimette ed il club non lo esonera

di Francesco Gorzio Commenta

Il presidente Pallotta è molto critico e preoccupato per il futuro, si è affidato a Monchi.

Di Francesco si dimetta, oppure venga cacciato. Sono i principali inviti (dal chiacchiericcio social e radiofonico a a quelli che si son presentati a Trigoria a manifestare il loro dissenso) che vengono presentati al tecnico della Roma. Per molti è responsabile unico, per altri è uno dei principali e poi c’è anche chi crede che sia colpevole di niente o di poco, perché i principali protagonisti della crisi sono da ricercare nei piani alti, da Pallotta a Monchi. Come sempre, tutti colpevoli e nessun colpevole.

I giocatori? Anche loro si sono beccati una bella dose di insulti e di accuse, a Trigoria e non solo. Kolarov e Manolas quelli più colpiti, se non altro per le loro reazioni (prima della partenza per Firenze) e dopo la sfida con la Fiorentina (direttamente rivolti al settore ospiti del Franchi) nei confronti dei tifosi, per non parlare del litigio plateale tra Cristante e Dzeko, non certo gradito dalla gente (e dai dirigenti). Schick è uno di quelli che si è fermato ieri davanti ai cancelli, ha dato spiegazioni e ha chiesto scusa. E’ già qualcosa.

FACCIA A FACCIA – Ma l’ira non si placa, la situazione è in continua ebollizione. 1) Il presidente Pallotta è molto critico e preoccupato per il futuro, si è affidato a Monchi (chiedete a Monchi, ask Monchi, rispondeva agli interessati al futuro di Di Francesco, che lui avrebbe mandato via già da mesi, dal 31 agosto scorso, Milan-Roma, un girone fa), che ha costruito la squadra, partendo proprio dall’allenatore, sua creatura romana. 2) Monchi riconosce alcuni sui suoi errori – mercato non esaltante in estate e zero mercato ora – si aspettava qualcosa di più dai calciatori e ora non vuole abbandonare l’allenatore: chiede di arrivare a fine stagione per poi tirare le somme. Per ora si va avanti con DiFra, anche in caso di sconfitta con il Milan. Questo filtra dalla società: una mossa che dà forza al tecnico.

A fine anno lo stesso Monchi valuterà il suo destino, oltre a quello di Eusebio e di alcuni giocatori. Se non arriveranno i risultati sperati (quarto posto) più di una testa sarà sacrificata, tanti si rimetteranno in discussione, per ora si naviga a vista. 3) Di Francesco ieri ha parlato – da solo – con la squadra, trattati i soliti temi: la tenuta atletica, psicologica, queste improvvise amnesie, le continue malattie e ricadute (siamo alla terza crisi, dopo Bologna a settembre, Cagliari-Plzen a dicembre e Atalanta-Fiorentina di fine gennaio), la fase difensiva che non funziona come lo scorso anno (seconda migliore della serie A). Eusebio avrà pure sbagliato, ma i continui cambi di formazione (29 diverse su 29 partite), è vero che attestano il suo non integralismo, ma annullano l’identità della squadra, che in questa stagione non è quasi mai esistita. Di Francesco – nelle prime difficoltà – si è consegnato ai giocatori, adottando il 4-2-3-1, ma dopo Firenze ha fatto capire che si potrebbe cambiare di nuovo.

Possibile il ritorno al 4-3-3. Come a dire: abbiamo giocato come volevate voi, se questi sono i risultati, si fa come dico io. Il gruppo, a quanto pare, è pronto a ripartire, magari non troppo convinto. Ma quale sarà il punto di caduta? La società fa filtrare che le cose non cambieranno nemmeno in caso di sconfitta. Un impegno nobile, ma poi sarà possibile mantenerlo? Vedremo. Intanto l’asse Pallotta-Baldini è in continuo contatto con la base romana, il ds Monchi e il vice presidente Baldissoni. Paulo Sousa è sempre l’uomo buono per tutte le stagioni, così come Panucci e l’ideona per l’estate è Sarri. Magari dopo Roma-Milan, Eusebio canterà ancora “e sono ancora qua, eh già”. Intanto è finito nel solito ruolo dell’allenatore capro espiatorio. E a fine stagione, magari, andrà in scena un’altra rivoluzione.

(Il Messaggero, A. Angeloni)

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